J. Edgar di Clint Eastwood

Boring Muppet Show
Clint Eastwood è una leggenda (“l’attore con due sole espressioni, con il sigaro e senza”), tra i migliori del secolo, tra i più grandi cineasti dell’ultimo ventennio; questa la doverosa premessa.
J. Edgar Hoover, personaggio controverso, direttore del Bureau of Investigation per oltre quarant’anni, ha servito l’America lavorando come capo dell’FBI sotto otto presidenti, da Calvin Coolidge a Richard Nixon. Eastwood ce ne propone un ritratto, una sorta di biografia più umana che storica, cercando di evidenziare difetti, debolezze, ossessioni; dal morboso rapporto con la madre (a quanto pare vero capo dell’FBI), alla sua presunta e repressa omosessualità, passando per la fissazione anticomunista, fino all’egocentrismo esasperato; un percorso faticoso, claudicante, da cui lo spettatore non esce indenne, da cui il personaggio storico ne esce martoriato, quasi ridicolizzato, esasperando un profilo psicologico forse troppo complesso per un’esaustiva rappresentazione cinematografica. Passa in secondo piano anche la critica al sistema, ormai marchio di fabbrica dell’ultra conservatore repubblicano progressista rivoluzionario liberal democratico Eastwood, ma se per molti il confronto con Changeling è doveroso, personalmente lo definirei unicamente impietoso, una denuncia che arranca senza mai emergere, e in questo J.Edgar non è nemmeno Flags of our fathers, non basta un rattoppato viaggio nella storia americana attraverso le comparsate di Ted Kennedy, Charles Lindbergh, Martin Luther King e Richard Nixon, non basta la percezione del ricatto al potere, non bastano microspie e fascicoli top secret da distruggere sui titoli di coda (possibilmente insieme alla pellicola), un trita carta metafisico per la povera segretaria, un’irriconoscibile Naomi Watts alle prese con il “non personaggio” per eccellenza.
E che dire della scellerata scelta temporale, passato e presente divisi da quintali di trucco, diamo ai grandi vecchi del cinema la possibilità di interpretare grandi vecchi della storia, evitando grottesche e improbabili trasformazioni alla Mrs. Doubtfire, ancor più, quando di mezzo c’è una difficile storia sentimentale da raccontare, una storia di omosessualità rinnegata, ridicolizzata sotto il make-up del povero Clyde Tolson (Armie Hammer), purtroppo quanto mai tragicamente simile a papà Ruggero De Ceglie de “I soliti idioti” (dai ..zzooooo!).
Doveva infine essere la consacrazione all’Oscar per Leonardo DiCaprio, lo vediamo invece amaramente soffrire sotto quella permanente laccata, sotto quei chili di silicone aggiuntivi, sotto quell’espressività da bambino capriccioso, la palla è la mia, e adesso non giochiamo più! Voglio la mamma! Comunisti!
Un film che non trapassa e una storia che non passa, una stella di stima personale verso un uomo da cinque stelle, cineasta capace di capolavori come “Bird”, “Gli spietati”, “Mystic River”, “Million dollar baby”, “Changeling”, “Gran Torino”, “Flags of our Fathers”, “Letters from Iwo Jima”, un’icona del cinema, un esempio per stile e dedizione.
Immenso artista, inguardabile film.

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