London Eye di Kobayashi

Posted in CortoCircuito with tags on 21 marzo 2012 by Kobayashi





Sperimentazioni cinefotografiche.
Piccola divagazione artistica del Kobayashi group. Nella totale improvvisazione, London Eye vuol essere un semplice racconto di vita. La ricerca del movimento nella staticità fotografica, non per esprimere un senso nella perfezione dell’immagine, ma per “cogliere l’attimo” nella sua sfuggevolezza. Lo scorrere del tempo in pillole di estrema quotidianità, i riflessi, le ombre, le sfocature, gente che vive sotto l’occhio indifferente di una città.

Visualizzazione consigliata a schermo intero con qualità 1080p.
Buona Visione.

Moneyball (L’arte di vincere) di Bennett Miller

Posted in Monosala Kobayashi with tags , , , , on 15 gennaio 2012 by Kobayashi

Il meraviglioso gioco dei numeri
Il meraviglioso gioco del baseball lo ami o lo odi e possiamo dire la stessa cosa di questo film.
Gli Oakland Athletics (amichevolmente A’s) sono una piccola realtà della Major League americana, con pochi fondi a disposizione, nel 2001 raggiungono i playoff vincendo 102 partite in stagione. L’anno seguente la squadra viene smembrata, i pezzi migliori ceduti ai grandi club e il general manager Billy Beane (Brad Pitt), si ritrova a dover ricostruire una squadra senza disponibilità economiche. La vita di Billy cambia quando incontra Peter Brand (Jonah Hill), giovane laureato in economia, fautore di un nuovo e rivoluzionario modo di intendere il gioco del baseball, non basato sul talento, ma sulla legge dei grandi numeri.
Money Ball non è semplicemente un film sullo sport, è un film sullo sport americano, e il grande paese a stelle e strisce (esattamente come il baseball) lo si può amare od odiare, ma certamente sportivamente ammirare. La pellicola non ripercorre semplicemente vittorie e sconfitte di una squadra, ed in questo bisogna dare atto a Bennett Miller (già nomination all’oscar per Capote, 2005) nell’aver creato un lungometraggio intensamente delineato, per nulla banale, in cui fulcro della pellicola non è la figura del general manager, ma dell’uomo che dietro ad esso si cela.
Impossibile non pensare a “Field of dreams” (L’uomo dei sogni) (1989) con Kevin Kostner, ma anche ad altri grandi lavori assolutamente sottovalutati come “Remember the Titans” (2001) di Boaz Yakin o “Invicible” (2006) di Ericson Core.
Brad Pitt mastica e sputa tabacco per più di due ore, mantenendo un alto impatto emozionale (le grandi storie sportive commuovono sempre Kobayashi), una pellicola convincente nel suo genere, non un capolavoro di arte cinematografica, ma un buon film dal taglio quasi documentaristico in cui storie di vita si integrano perfettamente nel complesso business sportivo americano.
Non so esattamente perché tifo Los Angeles Dodgers, ma nel 2006, sul campo degli Oakland A’s capii due cose, ci sono squadre che si amano e squadre per cui non puoi non simpatizzare, ma soprattutto, che il Cabowaborita è veramente imbevibile.

J. Edgar di Clint Eastwood

Posted in Monosala Kobayashi with tags , , , , on 11 gennaio 2012 by Kobayashi

Boring Muppet Show
Clint Eastwood è una leggenda (“l’attore con due sole espressioni, con il sigaro e senza”), tra i migliori del secolo, tra i più grandi cineasti dell’ultimo ventennio; questa la doverosa premessa.
J. Edgar Hoover, personaggio controverso, direttore del Bureau of Investigation per oltre quarant’anni, ha servito l’America lavorando come capo dell’FBI sotto otto presidenti, da Calvin Coolidge a Richard Nixon. Eastwood ce ne propone un ritratto, una sorta di biografia più umana che storica, cercando di evidenziare difetti, debolezze, ossessioni; dal morboso rapporto con la madre (a quanto pare vero capo dell’FBI), alla sua presunta e repressa omosessualità, passando per la fissazione anticomunista, fino all’egocentrismo esasperato; un percorso faticoso, claudicante, da cui lo spettatore non esce indenne, da cui il personaggio storico ne esce martoriato, quasi ridicolizzato, esasperando un profilo psicologico forse troppo complesso per un’esaustiva rappresentazione cinematografica. Passa in secondo piano anche la critica al sistema, ormai marchio di fabbrica dell’ultra conservatore repubblicano progressista rivoluzionario liberal democratico Eastwood, ma se per molti il confronto con Changeling è doveroso, personalmente lo definirei unicamente impietoso, una denuncia che arranca senza mai emergere, e in questo J.Edgar non è nemmeno Flags of our fathers, non basta un rattoppato viaggio nella storia americana attraverso le comparsate di Ted Kennedy, Charles Lindbergh, Martin Luther King e Richard Nixon, non basta la percezione del ricatto al potere, non bastano microspie e fascicoli top secret da distruggere sui titoli di coda (possibilmente insieme alla pellicola), un trita carta metafisico per la povera segretaria, un’irriconoscibile Naomi Watts alle prese con il “non personaggio” per eccellenza.
E che dire della scellerata scelta temporale, passato e presente divisi da quintali di trucco, diamo ai grandi vecchi del cinema la possibilità di interpretare grandi vecchi della storia, evitando grottesche e improbabili trasformazioni alla Mrs. Doubtfire, ancor più, quando di mezzo c’è una difficile storia sentimentale da raccontare, una storia di omosessualità rinnegata, ridicolizzata sotto il make-up del povero Clyde Tolson (Armie Hammer), purtroppo quanto mai tragicamente simile a papà Ruggero De Ceglie de “I soliti idioti” (dai ..zzooooo!).
Doveva infine essere la consacrazione all’Oscar per Leonardo DiCaprio, lo vediamo invece amaramente soffrire sotto quella permanente laccata, sotto quei chili di silicone aggiuntivi, sotto quell’espressività da bambino capriccioso, la palla è la mia, e adesso non giochiamo più! Voglio la mamma! Comunisti!
Un film che non trapassa e una storia che non passa, una stella di stima personale verso un uomo da cinque stelle, cineasta capace di capolavori come “Bird”, “Gli spietati”, “Mystic River”, “Million dollar baby”, “Changeling”, “Gran Torino”, “Flags of our Fathers”, “Letters from Iwo Jima”, un’icona del cinema, un esempio per stile e dedizione.
Immenso artista, inguardabile film.

The Artist di Michel Hazanavicius

Posted in Monosala Kobayashi with tags , , , , on 9 gennaio 2012 by Kobayashi

Sublime anacronismo
Prima pellicola degna di nota per un quasi esordiente Michel Hazanavicius. Siamo nel 1927, nella prima Hollywood cinematografica, George Valentin (Jean Dujardin) è un acclamato e affermato divo del cinema muto, ambizioso, orgoglioso, nato per essere attore, è un uomo che ripone nel suo lavoro il significato della sua intera esistenza. All’apice della sua carriera incontra casualmente e scopre artisticamente Peppy Miller (la bellissima e bravissima Bérénice Bejo), talentuosa giovane attrice, innamorata del grande divo e anch’essa pronta a divenire celebrità nel firmamento di celluloide. Sulla nascita di una storia d’amore, un’epoca cinematografica sta finendo, l’avvento del sonoro coglie impreparati anche artisti di grosso calibro, la stella di George Valentin si spegne improvvisamente davanti alla sua “impossibilità di proferir parola” e mentre Peppy Miller sale alle luci della ribalta nell’incarnazione del “nuovo”, Valentin viene abbandonato da produttori e grande pubblico, sprofondando nell’oscurità dell’anonimato e portando con sé la sua stessa esistenza.
The Artist è una profonda utopia romantica, storia di sentimenti, storia umana, ma forse ancor più storia del cinema; Hazanavicius, ex pubblicitario di professione, ci conduce nel suo personale viaggio a ritroso nel tempo, nel tentativo di risvegliare passioni sopite sotto cumuli di effetti speciali, tentativo ai margini del successo, legato ad un intento faticosamente decifrabile, verrebbe infatti da chiedersi se la pellicola è un vero tributo alla storia del cinema o solo un’operazione “pubblicitaria” (vecchio volpone).
Noi vogliamo credere alla prima ipotesi e ci lasceremo trasportare verso ottimistiche elucubrazioni, perché “The Artist”, per forma e stile, possiede certamente un’intensità rara, in cui la potenza della mimica sovrasta di gran lunga l’espressività vocale in un vero e proprio trionfo dell’immagine, e se il comparto sonoro spesso deficitario finisce spesso per togliere suggestione alle sequenze (siam tre piccoli porcellin, siamo tre, fratellin), il film raggiunge il culmine nella scena finale, pochi minuti di assoluto e rigoroso silenzio in cui sguardi e sensazioni escono dallo schermo in una dirompente onda d’urto “insonora”: ecco il cinema e la sua magia, in tutto il suo splendore.
Si potrebbe scatenare un dibattito sulla Palma d’Oro come miglior attore protagonista a Jean Dujardin (più facile essere attori muti o recitanti?), ma indubbiamente non possiamo esimerci dall’elogiare interpretazioni comunque sublimi, se premio sia a Dujardin, “Legion d’Onore” per la freschissima ed espressiva performance (della bellissima l’ho già detto?) Bérénice Bejo, attrice in carriera non solo per meriti matrimoniali (in Hazanavicius) …e comunque bellissima.
Conclusione: The Artist è la nemesi del cinema moderno, vendetta verso quel cinema “baccano” carente nello stile e nella sostanza, un ritorno alle origini per riscoprire se stesso (cinema), tra qualche sacrosanto dubbio, lasciando un’impronta indelebile nel panorama cinematografico attuale e strizzando un occhio (o forse due) all’ottantaquattresima cerimonia degli Oscar, scaramanticamente senza proferir parola.
Silenzio in sala.

Le Idi di marzo di George Clooney

Posted in In uscita, Monosala Kobayashi with tags , , , , , on 20 dicembre 2011 by Kobayashi

Cynical Politic.
Ecco George che presenta la sua personale visione della politica americana (non così tanto personale). Stephen Myers (Ryan Gosling) è addetto stampa nello staff del candidato democratico alla corsa alle primarie verso la casa bianca, sostiene il governatore Mike Morris (George), politico dagli apparenti sani ed incorruttibili principi democratici, in mezzo c’è Molly Stern (Evan Rachel Wood) stagista di bella presenza ed ovviamente fulcro della vicenda.
Il film se da un lato, nei toni ricorda vagamente il pluripremiato (ma non trionfante) “The social network” di Fincher (ma dove?), dall’altro sembra più una fiction del martedì sera, piena di gente infame e incravattata che predica lealtà e passa la vita cercando di mettersi i bastoni tra le ruote. Clooney scopre altarini della politica già noti al grande pubblico (please, la stagista no!), rivela gli interessanti ed oscuri legami tra giornalismo e potere e presenta la sua poco originale denuncia etica sugli avvoltoi del grande teatrino elettorale (utopica democrazia, ma dai?).
Su una regia degna di rispetto, spicca l’interpretazione di un quasi sorprendente Ryan Gosling, supportato comunque da un ottimo cast, Paul Giamatti, Seymour Hoffman, la sempre verde Marisa Tomei ed ovviamente lo stesso regista George “testa ciondolante” Clooney, che a sorpresa opta per il classico finale monco dal taglio riflessivo, l’importante non è come finisce la storia ma… ma? Quante statuette si prendono?
In conclusione: un George troppo ristretto e alquanto decaffeinato, un po’ macchiato, sicuramente poco corretto, certamente non molto psicotropo. Una grappa e il conto, grazie.

Midnight in Paris di Woody Allen

Posted in In uscita, Monosala Kobayashi with tags , , , , , on 4 dicembre 2011 by Kobayashi

Commediocrità.
Presente all’appello anche quest’anno l’ormai consueto cineprepanettone Alleniano presentato fuori concorso alla 64° edizione del festival di Cannes.
Gil è uno scrittore alle prime armi in vacanza a Parigi con la sua futura moglie Inez, desideroso di terminare la stesura del suo primo romanzo e ossessionato dagli amici della compagna, Gil si estranea scovando un passaggio temporale che lo porterà a viaggiare dagli anni venti alla Belle Epoque in un vortice di singolari incontri con i più illustri esponenti del mondo dell’arte.
Esageratamente snob, incolore e alquanto velleitario, Midnight in Paris ha il tipico gusto dell’ennesima commedia poco riuscita del regista newyorkese, annualmente dimenticabile ormai dai tempi di Matchpoint (2005). All’interno del suo personale “negozio nostalgia” Allen strapazza un secolo di cultura attraverso una visione caricaturale che poco incanta, sia nei toni che nella sostanza, da Fitzgerald ad Hemingway, passando per Picasso, Dalì e chi più ne ha più ne metta; il film diviene un salotto culturale forzato, più pietoso che ridicolo, il protagonista che racconta il fascino discreto della Borghesia ad un giovane Bunuel pare la brutta copia di Benigni che spiega a Leonardo il funzionamento del treno. Gli amanti del regista ne apprezzeranno comunque il solito stile tipicamente socio-nevrotico fatto di interrelazioni frenetiche (state zitti un attimo!) e il suo peculiare taglio registico/fotografico senza dubbio impeccabile nell’offrire un omaggio di spessore alla sua amata Paris (vedere sequenza iniziale). Pellicola condita da un lodevole comparto sonoro anni venti (Cole Porter), spesso a supporto di dialoghi assolutamente dimenticabili; interpretazioni senza infamie e senza lodi, Allen rinuncia definitivamente a presentarsi di fronte alla macchina da presa, ma come spesso accade riporta sullo schermo un suo clone (Owen Wilson) completamente Allenizzato, in tutto e per tutto.

La Jetée di Chris Marker

Posted in CortoCircuito with tags , , on 30 novembre 2011 by Kobayashi





Fantafotogrammi.
Introduco brevemente la visione di un grande capolavoro degli anni sessanta. Uno scenario post atomico conseguenza del terzo e definitivo conflitto mondiale, la decadenza della civiltà, esseri costretti a vivere in angusti sotterranei per sfuggire alle radiazioni, una trappola mortale e condanna per l’intero genere umano. Questo è il contesto in cui un manipolo di scienziati sopravvissuti, cercano l’unica via possibile per rimediare alla distruzione globale: l’alterazione del tempo, la necessità di “rivivere il passato per salvare il presente”.
Tratto da un racconto dell’indiscusso genio letterario James G. Ballard, Chris Marker e la sua Pentax Spotmatic fanno cinema nella sua concezione più embrionale, il cinema come sequenza d’immagine, dove la fotografia diviene elemento cardine della narrazione creando l’arte di rendere viva l’apparente staticità universale. Vincitore del Prix Jean Vigo, La Jetée è la fantascienza più pura nel suo fine più complesso, impressionare la mente e non la vista, utilizzare l’alternativa visionaria per riflettere concetti attuali e reali. A voi il facile compito (senza googleliani o wikipedici aiuti) di scovare il titolo cinematografico direttamente ispirato all’opera.

Per i sottotitoli cliccare su “cc” durante la riproduzione del video.
Buona Visione.

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